Dal software alla vigna
Sono nato nelle Marche, in una famiglia in cui la terra non era un’idea romantica: era il lavoro. I miei nonni erano contadini, e le estati dell’infanzia le ho passate fra i campi. Lì ho imparato prima di tutto una cosa — che la campagna non perdona l’approssimazione, e che i risultati arrivano una stagione alla volta.
Poi ho fatto tutt’altro. Ho costruito la mia carriera nell’informatica e ho fatto crescere aziende fino ad arrivare a duecento persone. Vent’anni passati a costruire cose che non si possono toccare: software, sistemi, processi. Un lavoro che amo e che continuo a fare.
Nel 2021, come è successo a molti, la pandemia mi ha costretto a fermarmi e a guardare le cose da un’altra distanza. Cercavo qualcosa che avesse tempi diversi da quelli a cui ero abituato: non trimestri, ma annate.
L’ho trovato sulle colline di Cesena, in zona Rio Eremo. Una cantina nata negli anni Settanta, vent’ettari di vigneto e una storia semplice: per cinquant’anni ha fatto vino sfuso, venduto direttamente in cantina alle famiglie della zona. Vino onesto, buono, ma che non usciva mai da un raggio di pochi chilometri.
Quello che ho visto è che la materia prima era migliore del prodotto. Quelle uve, su quei suoli, potevano diventare bottiglie. Serviva qualcuno disposto a investirci e ad avere pazienza.
Ho comprato la cantina nel 2021. Ho tenuto il Glicine, perché cinquant’anni di storia non si cancellano, e ho aggiunto Domìni, perché il vino appartiene ai luoghi prima che alle persone.
Da allora abbiamo rifatto quasi tutto: selezione in vigna, raccolta rigorosamente a mano, cernita delle uve, vinificazioni separate, affinamenti lunghi nella cantina ipogea. Nel 2024 siamo arrivati a trentamila bottiglie. Nel 2026 puntiamo a cinquantamila. I riconoscimenti sono arrivati prima di quanto immaginassi.
Non ho comprato una cantina per fare del vino qualsiasi. L’ho comprata perché credo che questa parte di Romagna — meno raccontata, meno affollata di altre — abbia qualcosa da dire. E perché, dopo vent’anni passati a costruire cose invisibili, avevo voglia di fare qualcosa che si potesse aprire, versare e condividere.
— Gianni Mancini
Nasce la cantina
sulle colline di Cesena, in zona Rio Eremo.
1970
Cinquant'anni di vino sfuso
venduto direttamente in cantina.
1970–2020
Gianni Mancini rileva l'azienda
e avvia il progetto di imbottigliamento.
2021
30.000 bottiglie
e i primi riconoscimenti nazionali.
2024
Obiettivo 50.000 bottiglie
e apertura ai mercati esteri.
2026
100.000 bottiglie
su una capacità produttiva di 200.000.
2029
Il lavoro in vigna
Il vino si decide fra i filari, non in cantina. È lì che passiamo la maggior parte del tempo: potatura, gestione della chioma, diradamento, e una raccolta interamente manuale con cernita grappolo per grappolo. Riduciamo al minimo i trattamenti, non per una posizione ideologica ma perché su questi suoli funziona meglio così.
Il lavoro in cantina
In cantina interveniamo il meno possibile e aspettiamo il più possibile. Vinificazioni separate per parcella, affinamenti lunghi, e una cantina ipogea dove la temperatura la regola la terra e non un impianto. È la parte del lavoro che costa di più in tempo, ed è quella che si sente nel bicchiere.