Il terroir
Quando questa collina era un fondale
Terroir è una parola abusata. Nel nostro caso significa una cosa concreta e misurabile: l’interazione fra suolo, clima e topografia che rende questi vini così e non altrimenti.
Il suolo è argilloso e in diverse zone è ricco di fossili marini — quello che resta di quando queste colline erano sotto il mare. L’argilla trattiene l’acqua e dà struttura e corpo; la componente fossile porta la sapidità.
Il clima è di collina, ma con il mare a pochi chilometri e l’Appennino casentinese alle spalle. Le notti restano fresche anche nelle estati più calde: è la ragione per cui i nostri vini hanno alcol e profumo insieme, e non l’uno al posto dell’altro.
Il risultato sono vini pieni, caldi, molto sapidi. Profumi densi di ciliegia e mora, tannini setosi, un finale lungo e salino che chiede il boccone successivo. Non sono vini leggeri, e non fingono di esserlo.
Venti ettari, dieci vitigni
Coltiviamo i vitigni storici della Romagna, quelli che qui hanno più di un secolo di abitudine: Sangiovese, Albana, Trebbiano, Pagadebit, Famoso e Cagnina.
Accanto, abbiamo impiantato cloni selezionati di Cabernet, Merlot, Pinot Bianco e Chardonnay. Non per inseguire un gusto internazionale, ma perché su questi suoli danno risultati che valeva la pena esplorare.
La raccolta è rigorosamente manuale, con una cernita attenta delle uve. È la voce di costo più alta del nostro lavoro ed è quella su cui non abbiamo intenzione di risparmiare.
Albana
Nel 1987 è stato il primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG. Una buccia spessa, un’acidità che regge gli anni, e una struttura che nessun altro bianco romagnolo ha.
Famoso
Un vitigno autoctono romagnolo quasi scomparso e recuperato negli ultimi decenni. Aromatico senza essere dolce: pesca, mela, gelsomino.
Pagadebit e Cagnina
Due nomi che raccontano una economia contadina: il Pagadebit era il vitigno che produceva sempre, anche nelle annate brutte — quello con cui si pagavano i debiti.